UN PO’ DI CHIAREZZA SUGLI ANNI 70

Pubblichiamo l’intervento di un compagno all’iniziativa di presentazione del libro “Senza tregua” svoltasi al CSA Vittoria di Milano il 5 maggio. Riteniamo fondamentale liberare gli anni 70 da quella coltre di strumentalizzazioni e false interpretazioni che ci vengono passate in modo arbitrario dai politici di tutti gli schieramenti e dai media ufficiali.

Partendo da questa preziosa testimonianza vogliamo rimettere in luce il carattere rivoluzionario delle lotte di chi in quegli anni ha “osato” opporsi alla realtà che gli veniva imposta, di chi ha saputo rifiutare ogni forma di riformismo e compromesso democratico lottando per un sistema dove lo sfruttamento di pochi su tanti fosse cancellato definitivamente.

di seguito l’intervento:

Pensare a quello che sono stati gli anni ’70 a Milano, ma non solo, non si può capirlo leggendo quella che è la vulgata generale, o meglio, io credo che leggendo quanto scrivono gli uomini legati o appartenenti al potere, ci offre l’esatto contrario. Purtroppo oggi il vocabolario che usa il potere e moltissima parte anche dell’opposizione è lo stesso, un tempo non era così, e già questo ci indica qualcosa: la barricata offre due posti, di qua o di là.

Abbiamo sentito Emilio, l’autore del libro, e mi pare che questo aspetto sia emerso con chiarezza, l’irriducibilità tra i due fronti era estremamente visibile in ogni aspetto, appunto dal linguaggio ai comportamenti.

I rapporti di forza non erano dati una volta per tutte….ma era una continua quotidiana lotta.

 

Per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, in un recente libro dal titolo: Anni Settanta. I peggiori della nostra vita, scrive che furono anni “tetri”. E Il Giornale di Sallusti, parlando di questo libro titola l’articolo: I terrificanti anni 1970.

 

Ancora oggi la borghesia ha paura di quegli anni, gli anni ’70 non sono passati, sono ancora qui, con i loro fantasmi, con i loro sogni, con le loro categorie di interpretazione del mondo.

Hanno paura che qualcuno sia tentato dall’idea di rimettere in discussione, come accadde negli anni settanta, la linea di confine che separa “normalità” e “follia”, “normalità” come accettazione del presente, “follia” come osare di sognare un altro mondo possibile, da realizzare ora.

Il libro di Emilio Mentasti, Senza tregua :storia dei comitati comunisti per il potere operaio, apparentemente ci invita e costringe ad andare indietro con i ricordi, recuperare i sogni e la memoria: Dico apparentemente perché in realtà i ricordi sono vivi e presenti, i sogni sono gli stessi, la memoria vive nel nostro quotidiano impegno, sono gli stessi di oggi, in condizioni strutturali, politici, economici diversi, ma quel desiderio e bisogno di giustizia è lo stesso.

Quella fase storica era caratterizzata da una forte volontà di esserci, una fase in cui come viene riportato nel libro esisteva “la passione politica, il sogno, la fortissima partecipazione senza delega” ,si aveva la precisa consapevolezza che occorreva esserci per trasformare la società, anche con l’uso della forza, e lo dicevamo tutti.

Dico tutti non per modo di dire, nel senso che tutti sapevano che vi erano compagne e compagni che avevano scelto di praticare diversi livelli organizzazione armata,  e questo era a conoscenza davvero dei tanti.

In quel tempo non si parlava solo di lotta armata o di vari livelli di organizzazione, ma anche di lotte nelle fabbriche, di occupazioni di case, di organizzazione all’interno dell’esercito, di lotte nelle scuole, di antifascismo militante, di lotta contro il partito della DC nei quartieri, di lotta dell’allora nascente Comunione e Liberazione.

Così succedeva che magari di notte stavi dentro un’occupazione e poi di giorno, mettendoti in malattia o infortunio, andavi in mezzo alle montagne o in certe grotte ad allenarti, ad avere un minimo di conoscenza con le armi.

Questo era, non altro, anche se poi è vero che tra centinaia di compagni vi erano quelli più attenti a certi livelli diciamo militari, piuttosto che coniugare politica e struttura.

Io credo che quanto viene riportato nel libro, quel clima occorre collegarlo in un contesto entro il quale a livello nazionale vi erano state delle stragi fasciste, assassinii di compagni per mano dei fascisti e della Polizia, chiaramente tutti coperti dallo Stato, con decine di morti, mica bombette; bisogna poi collocare quella situazione in un contesto internazionale: la vittoria dei vietnamiti che scacciavano gli americani, le lotte nei paesi baschi che il 20 dicembre del 1973 fanno letteralmente saltare in aria Carrero Blanco, le lotte dell’IRA per l’indipendenza nell’Irlanda, il Cile con il golpe di Pinochet l’11 settembre del 1973, la questione palestinese ben viva e presente, i Tupamaros in Uruguay, insomma un contesto internazionale ricco di avvenimenti ed in continuo movimento.

Comunque voglio ribadire che alla base di tutto vi era una forte volontà e necessità di trasformazione dellèesistente, non semplicemente un miglioramento, questo non pensavamo fosse possibile in quell’ambito di società.

In verità il dopo ci ha solo confermato quell’idea, non l’ha minimamente messa in crisi.

Da allora la trasformazione si, c’è stata, ma in una direzione contraria a quello che noi volevamo: la condizione attuale è disgraziatamente arretrata proprio perché noi abbiamo “perso” e padroni e riformisti di allora hanno “vinto”

Hanno “vinto” quanti a noi si sono opposti con ogni forma di repressione sino ad arrivare alla tortura, a processi speciali con condanne per svariati secoli di carcerazione, con assassinii  a sangue freddo.

Loro hanno vinto e questa società è quella per cui ci hanno combattuto, e si sono battuti. Mi verrebbe  da dire: complimenti.

Cosa erano quegli anni?

Innanzitutto anni meravigliosi, l’aria che noi respiravamo era quella che ci faceva sentire umani completamente, anni in cui viveva l’indignazione a fronte di ogni ingiustizia, davvero quelle parole del “che” vivevano come pane quotidiano.

Noi proletari vivevamo nello sfruttamento consapevoli di questo e a questo ci ribellavamo, avevamo la coscienza ben sviluppata e determinata che la liberazione passava attraverso le nostre mani o non passava, la storia anche stavolta ci dice che così stanno le cose, ogni delega veniva vissuta come ulteriore catena, mentre noi avevamo iniziato a togliercele quelle catene.

Il mio percorso iniziato nel movimento degli studenti è passato poi all’interno di Lotta Continua, una esperienza umana e politica importante e se pensate a questa organizzazione non dovete avere davanti Sofri e gente come lui, Lotta Continua eravamo noi giovani operati venuti dal sud a riempire piccole e grandi fabbriche, a riempire quartieri costruiti apposta per noi, erano gli studenti che rifiutavano ogni potere: famiglia, scuola e stato.

Pensare a Lotta Continua vuol dire immaginarsi una comunità di comunisti che si dava alla politica con la generosità di chi vuole davvero cambiare, di chi è convinto della necessità di farlo, questo era e non altro.

Purtroppo la storia la scrivono i vincenti e da chi va al potere, da chi si vende e allora la fotografia che ne viene fuori è quella dell’organizzazione di estremisti, di persone senza arte ne parte.

Non sto a riportare fatti o nomi perché il libro è molto preciso in questo, aver attraversato quel periodo, quelle tensioni ho sempre pensato fosse una fortuna, io quel periodo lo ricordo ben stretto e sono contento di esserci stato.

Ecco, quegli anni li vogliono ricordare come anni bui, di piombo, in realtà non vi sono stai anni più solari, era l’orgoglio ritrovato, a spingerci nelle scelte, la consapevolezza di essere dalla parte giusta, ci riconoscevamo nella classe degli sfruttati, avevamo alle spalle la lotta partigiana, le lotte operaie durante l’occupazione  nazifascista, quelle degli anni “60, ma insieme avevamo conosciuto lo sfruttamento, avevamo capito che quella società era ingiusta fin dalle radici e per questo occorreva abbatterla, non era riformabile, e anche questo credo sia stato dimostrato in questi decenni….perchè noi saremo stati sconfitti, ma il riformismo non ha avuto vita migliore.

 

Queste nostre scelte non sono state indolori per nessuno, un conflitto è un conflitto, la lotta di classe non è un pranzo di gala, ammoniva il compagno Mao, vi sono state molte vittime anche dalla nostra parte,  e qui stasera le voglio ricordare tutte, sono state parte di noi, sangue del nostro sangue.

 

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