FOIBE: CONTRO OGNI REVISIONISMO DISSOTTERIAMO LA VERITA’!

Perchè è importante parlare di foibe?

Recentemente abbiamo assistito in alcuni comuni del nord-ovest milanese, Nerviano e Lainate in particolare, ai soliti attacchi delle destre xenofobe sulla tematica delle foibe. Nello specifico le dichiarazioni dei consiglieri comunali riguardavano gli interventi dell’ANPI nelle scuole, dove l’associazione è da sempre presente per raccontare agli studenti la resistenza e la liberazione dal nazi-fascismo.

Ad Arluno, comune amministrato dal centro-sinistra, è stata organizzata dall’amministrazione comunale un’iniziativa dal titolo “le giornate della memoria e del ricordo”. La proiezione di un film sulla shoah è stata seguita a distanza di una settimana da uno spettacolo teatrale, dal titolo sulle persecuzioni razziali subite dagli italiani in Istria dopo l’unificazione della Jugoslavia sotto Tito. Ovviamente niente è stato detto su cosa ha comportato l’occupazione italiana per i cinquecentomila slavi e croati nativi di quelle zone, nessuna parola sulle persecuzioni, la pulizia etnica, le violenze, i lager. Solo la retorica degli italiani brava gente può trovare spazio in queste iniziative.

Questi sono solo alcuni casi isolati, ma rappresentano perfettamente il clima di revisionismo e uso politico della storia che si è creato attorno alla questione delle foibe anche nel territorio dove viviamo, anche nei piccoli comuni di provincia dove abitiamo.

Per questo come collettivo la Sciloria riteniamo fondamentale approfondire questi eventi riportandoli alla loro reale entità per separarli dalle strumentalizzazioni politiche che si ripetono fin dal dopoguerra.

Uso politico della storia

Insieme al triangolo rosso e alla volante rossa, le foibe rappresentano sin dal 1943 un espediente utilizzato dalle destre per criminalizzare la resistenza comunista ed equipararla di fatto all’oppressione nazi-fascista per efferatezze e responsabilità politiche e morali. Da qualche anno questa propaganda non appartiene più solo alle destre eredi e figlie di coloro che invasero i territori sloveni e croati, ma è stata fatta propria dalla storiografia ufficiale dello stato italiano e figura nei libri di storia degli studenti di tutta la penisola. Dal 2004 si è arrivati addirittura a dedicare una giornata al ricordo delle vittime delle foibe. Il giorno del ricordo è stato fissato il 10 febbraio, a sole due settimane di distanza dal ben diverso per contenuti e spessore giorno della memoria. E’ assurdo che il nome di queste due ricorrenze possa assomigliarsi, evidentemente si vuole creare confusione tra due eventi di portata storica e morale ben diversa.

Responsabile di ciò è anche la “sinistra” parlamentare che nel tentativo di prendere le distanze dal proprio passato, ha trovato in questi temi una chance per accodarsi alla crociata anticomunista e dimostrarsi ulteriormente affidabile per i poteri forti del capitalismo italiano. Tutto ciò non è una novità visto che già il PCI di Togliatti coprì d’apprima di silenzi le foibe, come se fossero effettivamente qualcosa di cui vergognarsi, ma dopo la rottura del 1948 trala Jugoslaviae l’Unione Sovietica di Stalin,  tornò a specularci attaccando Tito e accusando i partigiani di ogni efferatezza. Anche in questo caso si agì per presentarsi come possibile forza di governo, come garanzia di unità nazionale, come partito non più legato alle classi subalterne e alla resistenza ma alla nazione tutta. L’amnistia che Togliatti firmò nel ‘48 insieme a De Gasperi ebbe questo scopo e rappresentò un vero tradimento per quei partigiani che, dopo la liberazione, si trovarono a fare i conti con la repressione mentre i fascisti uscivano dalle galere e rientravano a far parte dell’apparato statale.

Tornando alle foibe, le stesse falsificazioni storiche che ci passano attualmente i media mainstream e i governanti, si possono trovare nei testi di propaganda fascisti e nazisti del 1943 (anno della prima avanzata partigiana in Slovenia, Istria e Dalmazia): i numeri e le identità di coloro che furono infoibati vennero alterate a proprio beneficio, in modo da presentare gli oppressori come vittime e viceversa, giustificando così tutto l’orrore che i fascisti italiani portarono in quei territori fin dal 1919.

L’occupazione italiana e le radici del conflitto

E’ proprio dagli anni del primo dopoguerra e della presunta “vittoria mutilata” che la questione del confine tra il nascente regno di Jugoslavia e quello italiano trova le proprie radici. Dopo anni di sostanziale convivenza pacifica tra le diverse etnie sotto l’impero austrungarico, Trieste, Istria e Dalmazia divennero terreno di conquista per gli italiani che sbarcati a Trieste nel 1918 trovarono una forte impronta di internazionalismo tra le varie organizzazioni proletarie presenti. Infatti sul municipio della città sventolava, insieme a quella italiana anche la bandiera rossa.

Le truppe italiane svolsero da subito un ruolo repressivo nei confronti del proletariato mistilingue. A beneficiare della nuova situazione politica fu ovviamente la borghesia italiana composta in maggioranza di proprietari terrieri e impresari mercantili che in questo modo intensificarono il proprio potere politico.

Fu così che i fascisti, già costituitisi come camicie nere nel 1919, iniziarono una feroce campagna di propaganda e di azione razzista nei confronti degli slavi e dei numerosi ebrei presenti in quei territori. Iniziarono inoltre le esecuzioni di oppositori comunisti utilizzando proprio il metodo delle foibe per seppellirne i corpi. Questa pratica si protrasse per tutto il periodo di occupazione italiana del territorio istriano-giuliano fino al 1943, anno della prima avanzata partigiana.

Nel 1920 i fascisti italiani spalleggiati da esercito e carabinieri incendiarono l’hotel Balkan, sede del centro culturale sloveno; nel 1921 fu data alle fiamme la sede del quotidiano comunista “il Lavoratore” e sempre in quell’anno vennero bruciate le camere del lavoro di Trieste e dell’Istria. Da questi episodi in poi, da parte italiana e fascista in particolare prese avvio un vero e proprio piano di pulizia etnica che provocò decine di migliaia di morti tra le popolazioni di lingua slava.

Dopo l’invasione della Jugoslavia del 1941, la successiva divisione tra italiani e tedeschi della Slovenia, e l’assegnazione della Croazia ai filofascisti Ustascia di Pavelic il progetto di pulizia etnica italiano portò i fascisti alla creazione di lager volti all’annientamento delle popolazioni indigene in modo da favorire l’italianizzazione di quei territori. Innumerevoli furono inoltre gli atti di violenza sulle popolazioni autoctone.

Questa è parte del testo di una lettera del 1942 scritta dal generale Roatta, comandante dell’esercito italiano in Jugoslavia, e diretta al comando supremo fascista:“In questo caso si tratterebbe di trasferire al completo masse ragguardevoli di popolazione, di insediarle all’interno del regno e di sostituirle in posto con popolazione italiana”.

E’ in questo quadro che si formano le prime brigate partigiane slovene collegate alla resistenza titina, già operativa in Montenegro (altro territorio “italiano”) e in Bosnia; fu solo grazie a questa resistenza popolare che la pulizia etnica fascista non giunse a compimento.

Tra il 1941 e il 1943 I ribelli resistettero a una serie di offensive italiane e italo-tedesche ma dovettero fare i conti con la repressione che per ordine di Roatta, “non deve seguire la formula dente per dente ma bensì quella testa per dente”. Nonostante questo a seguito del ritiro italiano nell’ottobre 1943, i partigiani si riorganizzarono e riuscirono a liberare numerosi territori fino all’Istria. Fu proprio dal 1943 infatti che s’intensificarono le richieste territoriali avanzate dal partito comunista sloveno, e da qui che la posizione nazional-comunista del partito titino iniziò a scontrarsi con l’imperialismo USA. In questo quadro ci fu però anche chi, da parte comunista, si oppose al nazional-comunismo jugoslavo sostenendo posizioni realmente di classe e internazionaliste.

Il Partito Comunista Internazionale

Nel1942 aFiume si formò il Partito Comunista Internazionale che pur sostenendo l’unità della lotta antifascista, contrappose all’annesione militare dei territori il concetto di autodeterminazione dei popoli. Della stessa linea era la federazione comunista di Trieste nel 1943.

Ben presto però gli internazionalisti si trovarono ad essere perseguitati, oltre che dai nazi-fascisti, anche dai nazional-comunisti jugoslavi.

Svariati militanti, tra anarchici, socialisti e comunisti furono quindi passati sotto le armi dai partigiani titini. In questo modo si mise a tacere la propensione internazionalista del proletariato italiano e slavo grazie ai metodi tipici delle purghe staliniste, i dissidenti erano così eliminati. Nell’ambito dello scontro tra l’imperialismo statunistense e l’Unione Sovietica Stalinista non poteva  esserci più spazio per l’emancipazione del proletariato, gli interessi delle nuove classi dominanti rimasero intatte, il nazionalismo aveva come sempre nella storia assolto a questa funzione in modo efficiente.

Oggi come ieri…

Crediamo, oggi come ieri, che il superamento del sistema capitalistico e dell’oppressione di classe che i proletari di tutte le etnie subiscono quotidianamente debba necessariamente passare attraverso l’approccio internazionalista delle lotte che affrontiamo e ci troveremo ad affrontare. Specialmente in questo periodo di crisi strutturale del sistema capitalistico non solo dobbiamo rifiutare qualsiasi richiamo borghese all’unità nazionale come via d’uscita, ma allo stesso tempo dobbiamo spingere verso l’organizzazione dei lavoratori a livello internazionale. Per questo non possiamo accettare che nessuno ci metta in concorrenza col proletariato di altri paesi, dietro a questi proclami si nascondono inevitabilmente l’opportunismo e lo sciovinismo anche di coloro che, a parole, si pongono sul piano della lotta di classe.

E’ proprio questo significato che assegnamo al titolo di questo documento, dissotterare la verità sulle foibe, al di là di qualsiasi strumentalizzazione di potere vuol dire anche portare avanti posizioni politiche realmente marxiste che vedono nell’emancipazione delle classi subalterne l’unico fine del nostro piccolo lavoro politico quotidiano.

Esaminiamo le biografie dei “foibologi” di matrice di destra, che peraltro vanno per la maggiore. (A Cura del CUAdi Napoli)

Luigi Papo La famiglia Papo era titolare della farmacia di Montona (Istria nord-orientale) usata, prima dell’occupazione tedesca, per gli interrogatori contro gli antifascisti. Papo è al comando della Milizia di Montona ed a capo del secondo reggimento “Istria” della Milizia Di Difesa Territoriale il cui comandante era Libero Sauro che assieme al fratello Italo, (che aveva proposto al comando dell’SS di “trasferire” in Germania tutta la “popolazione allogena” della Slovenia) , dirigeva i servizi di informazione RSI nel litorale. Papo fuggì da Montona quando si rese conto dell’arrivo imminente dell’Esercito di Liberazione e venne arrestato dai partigiani nel maggio del ’45. Nel ’46 gli fu conferito l’incarico di occuparsi dell’Associazione Schedario Mondiale dei Dispersi e chiamò a lavorare con sé gli amici e commilitoni del reggimento “Istria” Elio Eliogabalo, Giovanni Stagni e Mario Scapin (questore di Varese). Questo tipo di persone è quello che si è occupato istituzionalmente delle deportazioni e delle “foibe” nel Friuli Venezia Giulia.

Maria Pasquinelli Insegnante di mistica fascista e crocerossina in Africa (dove, travestita da uomo cercò di combattere con l’esercito italiano), dopo l’8 settembre operò come ufficiale di collegamento tra i servizi segreti della X Mas e gli occupatori nazi-fascisti nella Venezia Giulia.

Il 10 febbraio1947, inoccasione della firma del trattato di pace,la Pasquinelliuccise a Pola un ufficiale britannico in “segno di protesta” perché Istria e Dalmazia erano state affidate alla Jugoslavia.

Padre Flaminio Rocchi Veste il saio dei francescani nel 1927, allo scoppio della guerra si arruolò come cappellano militare. Dirigente dell’Unione degli Istriani e dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, di stampo nazionalfascista.

Rocchi fu anche vicepresidente della “lega Istriana” fondata con Papo e Nino de Trotto (che sollecitò Scelba ad attivarsi per cancellare Papo dall’elenco di persone da estradare in Jugoslavia).

Marco Pirina Figlio di un Ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana ucciso dai partigiani nel luglio ’44.

Negli anni sessanta frequentala Sapienzadi Roma e diventa presidente del FUAN romano e poi del Fronte Delta, gruppo di estrema destra che, stando ai piani del tentato golpe di Valerio Junio Borghese, avrebbe dovuto tenere il controllo dell’Università. Pirina verso la fine degli anni ’80 ha militato nella Lega Nord, poi è passato a Forza Italia e poi ancora ad Alleanza Nazionale. Nel 1995 scrisse “Genocidio” un elenco di 1.400 “infoibati”: si è poi verificato che più di 900 non erano morti “infoibati dai partigiani slavi, ma si trattava addirittura di partigiani uccisi dai nazifascisti, caduti in guerra o addirittura sopravvissuti. In seguito dette alle stampe “Ecco il conto!”riprendendo, nel titolo e nella grafica, un libello edito dai nazisti nel ’43 sulle foibe istriane.

Giorgio Rustia Nel 1998 Rustia si è avvicinato a Forza Nuova dopo aver fondato un “Comitato Spontaneo di triestini che non parlano sloveno”, nel 1999 è diventato referente locale del “Progetto Contropotere”, emanazione di FN, inoltre ha stretti contatti con varie associazioni combattentistiche, tra le quali quella dei reduci dei combattenti della Repubblica di Salò.                                                               

Riferendosi genericamente agli storici che hanno dato una lettura della questione foibe non affine alla sua ha detto che “non sono che l’avanguardia dello slavo-comunismo che si sta ripresentando”.

Augusto Sinagra L’avvocato Sinagra è stato difensore di fiducia del piduista Licio Gelli, console onorario della Repubblica di Cipro (stato riconosciuto esclusivamente dalla Turchia), legale del governo turco per l’estradizione dall’Italia del leader del partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Oçalan e difensore del generale argentino Jorge Olivera accusato di aver violentato e fatto desaparecir una ragazza francoargentina. È stato tra i fondatori della rivista “Costruiamo l’azione”. 13

Roberto Menia, promotore della legge che ha istituito il 10 febbraio come “Giorno del ricordo” dedicato ai Martiri delle Foibe, oggi parlamentare della Repubblica, già all’epoca doveva la sua notorietà in particolare a certe spedizioni in Carso, insieme ad altri suoi camerati per demolire a colpi di piccozza le targhe bilingui dedicate alla liberazione dal nazifascismo, ed agli insulti razzisti rivolti a suoi noti concittadini di lingua slovena, per i quali si era beccato qualche denuncia penale. Egli si vanta tuttora del fatto che ogni anno, a ottobre, usa festeggiare l’anniversario della Marcia su Roma. Tra le “frasi celebri” di Roberto Menia, cresciuto in quegli ambienti triestini tra i cui slogan spicca “Bilinguismo mai!”, ricordiamo ad esempio: “Bilinguismo mai!”, ricordiamo ad esempio: “L’Istria diventi pure un’euroregione. Purché torni all’Italia”, ed anche: “Abolire il Trattato di Osimo, restituire a Trieste la Zona B, annullare il Trattato di pace in base al quale abbiamo perso l’Istria, Fiume e Zara, e finalmente chiedere la restituzione della Dalmazia”. (dal sito del CNJ “Terre irredenti” di Andrea Martocchia)

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